PIZZO DI BODIO - Centro di Studi Preistorici e Archeologici di Varese

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PIZZO DI BODIO

LAGO DI VARESE

Pizzo di Bodio:
il più antico abitato
della Lombardia occidentale


La scoperta delle 3 stazioni chiamate Desor-Maresco,
Bodio Centrale e Gaggio-Keller
risale al 1863
ed è avvenuta contemporaneamente a quella dell’Isolino Virginia.
A partire da quell’anno la perlustrazione delle rive del lago di Varese
porterà alle successive scoperte
di ben altre nove stazioni preistoriche.
La ricerca archeologica viene così ad interessare
le Prealpi varesine con i suoi laghi
(oltre al lago di Varese vanno ricordati il Lago Maggiore,
i laghi di Monate, di Comabbio e di Biandronno)
e le aree paludose come la Palude Brabbia e la Lagozza di Besnate.

Lo studio delle vecchie collezioni,
frutto delle ricerche archeologiche di due secoli fa
ha dimostrato che oltre l’Isolino Virginia,
quasi tutte le stazioni, ma in modo particolare le tre di Bodio,
sono state frequentate dall’uomo sicuramente dal Neolitico
fino alla fine dell’età del Bronzo.
Il rapporto lago-abitato
ha determinato la scelta delle zone su cui costruire le abitazioni
e il tipo di strutture da realizzare,
ad oggi completamente sconosciute per l’Eneolitico e l’età del Bronzo,
solo parzialmente note e in studio per il Neolitico
grazie agli scavi di Pizzo di Bodio e dell’Isolino Virginia.

Con Pizzo di Bodio si è in grado di mettere in evidenza,
per l’arco del Neolitico,
il susseguirsi delle fasi culturali nell’area varesina
con una più puntuale scansione crono-stratigrafica.
Tutto questo diventa lo strumento per cercare di far luce
sulle diverse problematiche inerenti i vari periodi cronologici
che hanno interessato la Lombardia occidentale
in rapporto con il Canton Ticino e il Vallese,
il Piemonte, la Liguria e il resto dell’Italia settentrionale
e per ottenere una conoscenza più approfondita
della storia più antica del nostro territorio.
Il Varesotto viene così a costituire,
anche per la sua posizione geografica,
un anello di raccordo fra Piemonte-Liguria e area padano-alpina.

I vari abitati erano collegati fra loro sicuramente per vie d’acqua
e alcuni di essi presentano caratteristiche morfologiche simili.  
L’insediamento di Pizzo di Bodio, scoperto nel 1982,
in origine, prima dell’intervento distruttivo del 1984,
doveva avere una estensione considerevole
di oltre 3000 metri quadrati.
Nell’area oggetto degli scavi archeologici
si sono riscontrate sequenze stratigrafiche intatte
riferibili al Primo Neolitico
e al Neolitico Medio-Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata;
la sommatoria delle stratigrafie del Pizzo di Bodio e dell’Isolino Virginia
offre oggi al territorio varesino la possibilità
di disporre di un quadro crono-stratigrafico-culturale
che abbraccia un arco di tempo
che va dal primo Neolitico all’Eneolitico.
Tali sequenze stratigrafiche sono raccordate a specifici resti strutturali,
fatto non facilmente riscontrabile in siti coevi dell’Italia nord occidentale
esclusione fatta dell’abitato dell’Isolino Virginia:
unico nell’Italia settentrionale
a possedere strutture lignee monumentali così antiche.

A Pizzo di Bodio è venuto in luce un pavimento in argilla
di casa a pianta rettangolare circondata da acciottolato.
Questa struttura abitativa,
di cui deve essere completato lo scavo per conoscerne la reale estensione,
risale al Neolitico Medio.
Pizzo di Bodio è annoverato fra gli abitati dell’Italia settentrionale
dai quali provengono le più antiche attestazioni di attività agricola:
la presenza del farro a Bodio risale al 5040-4900 a.C.

L’uomo più antico delle Prealpi varesine

Nell’ambito della Lombardia occidentale,
prima d’ora,
non erano documentati resti umani riferibili al primo Neolitico.
Nell’area sud dell’abitato sono venuti in luce i resti di un uomo adulto
che risalgono a 5040-4900 a.C.:
un omero sinistro
associato ad un frammento di vaso decorato a incisioni
e un astragalo destro
con accanto una porzione di arto inferiore di figuretta fittile.

Durante il Neolitico,
l’azione delle acque interne ha in parte obliterato
porzioni degli strati più antichi
arrivando quasi a lambire l’omero,
trovato in situ e in piano.

Ambiente e vita

Così come oggi, anche per il passato
l’ambiente varesino risulta essere estremamente vario
dal punto di vista delle specie arboree presenti,
data l’altrettanta variegata geomorfologia di questo territorio
che ha favorito nell’arco di poche decine di metri,
fra l’entroterra e la riva lacustre,
la compresenza di ben tre diverse fasce vegetazionali:
boschi tipici della terra ferma costituiti da abete bianco
(oggi presente solo a quote più elevate,
estintosi per l’enorme utilizzo praticato dall’uomo neolitico),
quercia e olmo
seguiti poi da una zona ad aceri, frassini, cornioli e noccioli
che lasciano alla fine il posto alle piante idrofile di riva:
salici, pioppi, ontani.

Il nocciolo cresceva ai limiti di radure create dall’uomo
per la coltivazione di cereali (come il farro)
e per l’allevamento di bestiame.
Questa puntuale ricostruzione ambientale,
riferita in modo particolare alla prima fase
della Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata
e datata 4460-4030 a.C.,
continua durante il resto del Neolitico Medio,
come dimostrato anche da quanto venuto in luce all’Isolino Virginia.

Durante il Primo Neolitico all’interno del querceto misto primitivo
erano presenti anche il tiglio, il carpino e, in grande quantità, il tasso:
proprio in questo ambiente è vissuto l’uomo di cui si sono trovati i resti.

Tra la fauna del Primo Neolitico si è notata la presenza del castoro,
animale di habitat lacustre e con grande abbondanza di legname,
come nel caso della zona del lago di Varese.
Le specie di animali individuate al Pizzo
ci permettono di stabilire che nell’ambiente neolitico varesino
coesistono costantemente due attività
cui l’uomo si dedica contemporaneamente:
quella agricola, legata all’allevamento,
convive con una ben sviluppata attività venatoria
essenzialmente rivolta alla caccia al cervo.
L’allevamento è per lo più di bovini e suini.
Risulta essere invece notevolmente ridotto l’utilizzo dei caprovini.
Per quanto riguarda la fauna selvatica
vanno ricordati oltre al capriolo, la lepre e la tartaruga.

Geomorfologia del sito

L’abitato, di tipo perispondale,
-oggetto di scavi archeologici per una decina d’anni (1985-1995)-
è posto a ridosso di un debole rilievo perilacustre chiamato Pizzo
e dista dall’attuale riva del lago circa una settantina di metri;
in linea d’aria l’Isolino si trova a circa 4 chilometri più a Nord-Ovest.

Gli ultimi 25-30 cm di terreno dal piano di campagna
risultano smossi dai lavori agricoli
che hanno così sconvolto gli strati archeologici
corrispondenti al Neolitico Recente e all’Eneolitico.
L’arativo moderno
ha anche interessato parte di un ultimo livello neolitico
che copre e sigilla l’ultima fase abitativa del sito individuata in strato.
Le sottostanti sequenze crono-stratigrafiche conservate
hanno permesso di ricostruire le varie fasi della vita dell’abitato
raccordandole a specifici resti strutturali.
La comparazione di due sezioni stratigrafiche
ha fornito il più antico caso finora registrato in Italia settentrionale
di esondazione lacustre,
riscontrata 50 metri più a Sud dell’abitato
e avvenuta prima di 5380-5210 a.C.
con la conseguente formazione di una baia
che incornicerà quell’area per 2500 anni,
dal Primo Neolitico all’Eneolitico
con il ritiro delle acque del lago prima di 2880-2620 a.C.
Si è, fra l’altro, avuta l’opportunità di ricostruire, per un tratto,
l’antica linea di riva risalente ad oltre 7300 anni fa.

pizzo di bodio, stratigrafia

Stratigrafia dell’abitato

L’abitato,
che poggia su un substrato di argilla glacio-lacustre (I),
nel tempo
è stato oggetto di fenomeni di fluttuazione lacustre (H, G)
e/o di acqua di ruscellamento dall’entroterra (D);
infatti il primo livello (H)
testimonia una fase di dilavamento di spiaggia lacustre
che ha eroso e rimaneggiato i resti dell’impianto più antico
lasciando dello stesso residui di buche di palo,
resti carboniosi, ossei e ceramici dilavati.
Dopo il ritiro delle acque,
fatto documentato da sabbie rossicce sterili (G),
l’uomo di Bodio riprende la sua vita
e frequenta il Pizzo per tutto il Neolitico e l’Eneolitico.

Le varie fasi insediative sono attestate,
nell’ambito di livelli e strati,
da elementi quali concentrazioni di concotto,
acciottolati, buche di palo,
oltre naturalmente a quanto documenta la vita quotidiana:
frammenti ceramici, strumenti in pietra,
ossi di animali quali semplici resti di pasto
oppure lavorati per ottenerne strumenti o oggetti.

Il pozzetto sul cui fondo era adagiata un’olletta decorata,
grazie ai copiosi resti carboniosi,
fornisce la più antica datazione finora disponibile dell’abitato
e permette di attestare
a quando è possibile far risalire
la neolitizzazione delle Prealpi varesine: 5380-5210 a.C.

Al Neolitico Medio appartiene invece
il pavimento in argilla di casa a pianta rettangolare
orientata Nord-Sud,
con acciottolato esterno.


Eneolitico

La scoperta di una piccola ascia in rame pressoché puro,
purtroppo non in ambito stratigrafico,
muta la distribuzione geografica
dei ritrovamenti in Italia settentrionale
di questo tipo di asce di carattere rituale
e fa delle Prealpi varesine il limite attuale più occidentale.
Questi oggetti
in precedenza erano concentrati specialmente nell’area nordorientale,
in ambienti culturali dove appare chiaramente l’influenza balcanica.
La composizione e le caratteristiche formali di questa piccola ascia
potrebbero far propendere per la presenza della metallurgia nel Varesotto
addirittura nel Neolitico Medio.

Pizzo di Bodio è stato abitato sicuramente fino a 2880-2620 a.C.,
come documentano i resti del focolare
messo in luce nell’area della baia a Sud dell’abitato.

I tre pannelli collocati a Bodio Lomnago,
l'11 Luglio 2008,
lungo via Acquadro, la strada che porta al porticciolo.


 
 
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